Matteo Gardonio

Alessio Issupoff e Trieste

Del pittore Alessio Issupoff e del suo rapporto con la città di Trieste si sapeva ben poco. Nato a Vjatka (l’attuale Kirov) nel 1889, giunse in Italia nel 1926 fissando la propria dimora a Roma. Nella penisola la sua vita ebbe una virata improvvisa e fortunata, tanto che nel giro di pochi anni ottenne grande successo, culminato con la Biennale veneziana del 1930 che lo consacrò come uno dei pittori russi più importanti del XX secolo. A partire da quell’anno, che coincise con le prime mostre milanesi alla Galleria Scopinich, gli intellettuali giuliani si interessarono al suo lavoro e lo calamitarono verso Trieste. Silvio Benco, il più noto, non solo si fece ritrarre dal pittore russo nel 1937, ma acquistò pure un delizioso paesaggio raffigurante una contadina russa (Trieste, Museo Revoltella, collezione Gruber Benco) oltre, naturalmente, a recensire con passione le mostre personali del pittore per le pagine de Il Piccolo. Risale al febbraio 1935 la prima mostra alla Galleria Trieste dove si poterono ammirare la bellezza di 55 lavori, tutti i più importanti di quel torno d’anni; l’Autoritratto degli Uffizi, il Cavallo bianco della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e altri dipinti che ammaliarono i collezionisti e i colleghi locali, tanto che gli acquisti non mancarono, come nel caso dell’Antiquario (Trieste, collezione privata) o il Paesaggio d’inverno (già Trieste, collezione privata). Artisti, collezionisti e intellettuali giuliani riconobbero in Issupoff non solo un pittore di talento ma un uomo in sintonia con le ricerche da loro stessi propugnate, indirizzate sostanzialmente verso un post-impressionismo di grande senso cromatico. Il pittore russo incarnava esattamente ciò che essi cercavano e la recensione apparsa su Emporium a firma nientemeno che di Umbro Apollonio lo testimonia abbondantemente. Iniziarono, così, frequenti soggiorni, anche di più lunga durata dove Issupoff e la moglie Tamara vennero adottati da tutta la Trieste pittorica dell’epoca; risale al 1936, a tal proposito, il ritratto del maturo pittore orientalista giuliano Giuseppe Garzolini (collezione privata). Possiamo affermare, con certezza, che dal 1935 al 1941, Issupoff fu ospitato regolarmente a Trieste. Il 1937 fu l’anno della consacrazione. Nell’aprile venne allestita la mostra personale presso le mura amiche della Galleria Trieste, presentato con acume da Arduino Colasanti che ne vide una fusione tra Millais e Constable: “A più di due anni di distanza da quella mostra che lo rivelò al pubblico a Trieste, Alessio Issupoff ritorna ad esporre[…] Rendere tutti i passaggi della luce, la fusione della luce e dell’ombra per stabilire il legame misterioso delle cose colorate che riproduce e che si presentano in uno spazio apparentemente infinito, non è questa la definizione stessa di pittura? Questo è anche lo scopo ultimo, pienamente attuato, dei quadri che Alessio Issupoff presenta al pubblico di Trieste”. Questa volta sono 38 i lavori che Issupoff mette in mostra e anche in questo caso gli acquisti non mancano. Oltre all’Autoritratto in veste da bevitore, con un evidente omaggio alla pittura rembrandtiana (Trieste, collezione privata) vengono acquistati molti paesaggi con i cavalli, fra i quali merita una menzione lo splendido esemplare oggi nella collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste. Fuori dalla mostra, Issupoff continua a essere avvicinato da personaggi di spicco della cultura di quegli anni, come il pittore e professore Giuseppe Furlani, immortalato in una sorta di omaggio-risposta ai pastelli di Arturo Rietti (1863-1943) notevole pittore triestino che si era distinto all’Esposizione Universale di Parigi del lontano 1889 (Trieste, collezione privata). Gli viene acquistato un lavoro pregevole, e per qualità e per dimensione, vale a dire il Chitarrista (Trieste, collezione privata); un raggiungimento nitido di ciò che professava Colasanti nella sua introduzione. La gioia per il successo ottenuto, un momento unico per il pittore - dopo gli anni triestini inizierà una parabola contraddistinta da fortissime depressioni - lo porta a realizzare disegni di una freschezza inedita, ritratti a matita di intensa introspezione, contraddistinti dall’iscrizione Mio ricordo 1937 Trieste; due esemplari sono emersi dalle ricerche, uno di collezione privata e l’altro in possesso della Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste che raffigura un vecchio canuto con la barba. Sono gli anni difficili della Seconda Guerra Mondiale e Issupoff si trova a Trieste in compagnia di altri importanti artisti dell’epoca come Guido Cadorin e Anton Zoran Music. Riesce, nel 1939, ad allestire una nuova personale, l’ultima, alla Galleria Trieste in aprile. Sono ben 51 le opere esposte, tra le quali spiccano il ritratto dell’architetto Armando Brasini (Roma, Accademia Nazionale di San Luca) realizzato nel 1932 ed esposto quale eccellente esempio della ritrattistica di Issupoff e lo studio per Giornata oscura (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna). Molti dipinti esposti in quell’occasione prenderanno la via della Russia al seguito della moglie Tamara, che li donerà alla città natale del marito dove oggi si trovano nel museo cittadino, insieme a documentazioni insostituibili che porterebbero ad una monografia completa ed esaustiva: a titolo esemplificativo, Tamara ha donato anche un’autobiografia redatta dal marito in italiano che racconta del suo fondamentale viaggio a Samarcanda prima dell’arrivo in Italia. Nel 2008 è apparso dal mercato antiquario triestino un olio su compensato che segna, al momento, l’ultima testimonianza della presenza di Issupoff a Trieste; vi è raffigurato un bambino seduto su una poltrona rossa con accanto un grande pelouche giallo, firmato e datato Alessio Issupoff 19 settembre 1941 Trieste. Con quel dipinto, idealmente, Issupoff si congeda da una città che gli aveva dato molto e che rappresenta, oggi, un capitolo importante nella ricostruzione della sua esistenza e del suo profilo artistico ancora legato, per quel che riguarda la storiografia artistica italiana, alla pionieristica monografia di Giorgio Nicodemi.