Paola Goretti

Peterhof, la galleria delle belle di Pietro Antonio Rotari. Ipotesi per una mise en scène

Dopo la disamina del ciclopico Cabinet di Rotari (368 dipinti) facente parte del complesso residenziale di Peterhof (nella fase primaria della ricognizione, ampio spazio di indagine ai precedenti figurativi delle notissime Gallerie di belle di italica memoria, massimamente presenti nei palazzi nobiliari di area fiorentina a laziale del XVI e XVII secolo; affondo sul ruolo cruciale dei sentimenti e dell’affettività dettati dalla fisiognomica nascente; affondo su alcuni precedenti letterari di area veneta: Luisa Bergalli, Almanacco delle Donne illustri, Venezia, 1750, forse antecedente simbolico dell’atlante di Peterhof, e conosciuto anche nella corte zarina; affondo sullo scarto prospettico di orientamento, non più interessato alla tassonomia genealogica della stirpe mediante gli addobbi del vestiario o alla cifra estenuante dei paramenti, ma ad una intensa valorizzazione dei tipi umani più disparati), lo stato attuale della ricerca cerca di esplorare altri possibili piste di indagine.
 
Dopo l’individuazione dei tipi fisici e sentimentali più ricorrenti (la piangente, la vezzosetta, la languida, ect) il progetto insiste sull’unità compositiva dell’intera suite, nel tentativo di individuare il ruolo cruciale avuto da Caterina II circa l’alloggio e la distribuzione dei soggetti, quando, nel 1764, due anni dopo la morte dell’artista, ne venne organizzato l’attuale impianto, impiegando la cosiddetta “distribuzione ad arazzo”.
 
Si fa strada in nome di Antonio Rinaldi (1710-1794), esecutore testamentario del conte Pietro Rotari, architetto assai noto, attivo nell'impero Russo a partire dal 1752, allestitore di numerosi ambienti di Orainenbaum e probabile allestitore anche di Peterhof, secondo i caratteri già sperimentati con cui l’artista soleva ammaestrare lo spazio e il ritmo, come piegandolo ai voleri di un’unità compositiva delle arti.
 
Ma si fa largo anche l’ipotesi secondo cui, proprio la volontà di Caterina, fosse fortemente implicata con la scelta dei soggetti. Perché mai la donna più potente del mondo avrebbe dovuto commissionare una stanza con tutto questo donnario? Il procedimento, risentiva ancora di una derivazione medievaleggiante implicata con le istanze del meraviglioso, dello stupefacente, del trasognante, del miracoloso, del virtuoso mille volte prodigioso, o andava a segnare la linea di demarcazione di molto altro? Che volontà programmatica si celava dietro le pareti di questo mosaico bizantino alla moderna, anzi, alla modernissima?
 
Certo, copiare Dresda e farla più bella ancora, con tutta la grandeur che si addiceva alla corte più potente del mondo. Ma le motivazioni che sostengono la scelta di Caterina sono a parer mio rintracciabili nell’epica della sovranità: come di accorpamento di tutte le donne in una. Perché questa volta, la Galleria delle Belle così ottenuta, non era la gloria dell’orgoglio dinastico, l’esibizione oggettivante delle bellezze del regno, il blasone orgoglioso e dinastico, il trofeo della stirpe.
 
No. Questa volta era un catalogo del mondo certamente implicato coi moti dell’animo, ma mediante la modalità del riverbero, della rifrazione, della moltiplicazione. Riproponendo ancora una volta la saldatura coi miti d’acqua (già onnipresente nei palazzi italiani di marca rinascimentale e barocca ospitanti questo soggetto), il Cabinet di Rotari è il centro nevralgico e compositivo dell’intera unità abitativa: punctum dell’intero palazzo.
Da esso si scorge infatti l’infilata prospettica perfetta dei giochi d’acqua e di fontane che decora maestosamente il viale di accesso. Come in un rispecchiamento/dialogo tra esterno ed interno. Tra miti d’acqua, femminilità, grazie, fecondità. Potere.
 
Se è vero infatti ciò che sottolinea un diplomatico francese, Marc-Daniel Bourrée de Corberon circa le inclinazioni fortemente teatrali della sovrana, avvezza ad assumere in prima persona tutti i ruoli della commedia (la nostra Caterina è una attrice incomparabile! E’ al contempo ipocrita, tenera, orgogliosa, fastosa, amabile; ma nell’animo è fedele a se stessa e persegue esclusivamente gli interessi personali senza trascurare alcun mezzo per realizzarli), non sembra fuori luogo pensare all’opera di Rotari (tenera, sbarazzina, languida, piangente, maliziosetta, burlesca, comica, corrucciata, austera; e chissà quanto altro) come ad una proiezione del proprio spirito attoriale, nell’estrema cangianza della Comédie Humaine/Comédie Féminine che lei regalmente governava.
Come la sovrana delle Salonnières devota all’arte del ricevere e a quella della rappresentanza, forse Caterina aveva scelto di celebrare l’artista italiano specializzato nei ritratti delle donne di tutte le Russie, come inglobandole a sé.
 
Lei, che di tutte le Russie era Regina.