Lucia Ievolella

Il conte Pietro Antonio Rotari (1707-1762), pittore veronese alla corte russa

Lucia Ievolella

“Verosimilmente fu l’italiano Pietro Rotari colui che nel novero degli esponenti della rossika elisabettiana godette di maggior fortuna”. Il pittore veronese giunge in Russia nel 1756, su espresso invito dell’imperatrice Elisabetta Petrowna, desiderosa di avere nella sua corte un artista alla moda, già celebre e aggiornato sul gusto europeo. La fortuna di Rotari non si attenua nemmeno con l’avvento di Caterina II. Nei sei anni trascorsi a San Pietroburgo, Rotari ha dipinto “quasi tutti i cavalieri e le dame di corte e altri nobili personaggi”, oltre a centinaia di “teste di carattere”, che Rotari amava chiamare “passioni”.
 
In Italia la sua fortuna è invece legata alle opere sacre e la sua pittura di impostazione classica e moderata gli assicurerà un posto di assoluto rilievo anche fuori Verona. Ricercato soprattutto nell’ambito dei ducati di Modena, Parma e Guastalla, il pittore si fa strada fra gli artisti di scuola bolognese che dal secolo precedente dominavano la scena emiliana.
 
La ricerca ha permesso di approfondire i rapporti del pittore con la committenza emiliana e in particolare con l’ordine dei Gesuiti che trovano nelle opere del veronese l’espressione artistica più consona al loro sentimento religioso. La monografia del pittore si arricchisce dunque di opere dimenticate, come la Sant’Orsola nella chiesa di San Rocco di Parma che porta echi evidenti dell’opera di Reni. Viene inoltre presentata l’attività incisoria di Rotari, riccamente documentata nel fondo della Biblioteca Palatina di Parma, a dimostrare ancora la popolarità raggiunta in Emilia dal pittore dei Gesuiti.